Decidere di intraprendere un percorso di dedicato a se stessi, può prevedere anche un lavoro legato alla comunicazione. Un concetto questo che si è evoluto molto nel corso degli anni, permettendo alle persone di adattarsi a diverse situazioni; basti, ad esempio, prendere in considerazione gli ultimi due anni in cui l’emergenza Covid ha portato ad una notevole riduzione delle relazioni di persona, al contatto con amici e parenti, e di contro ha portato ad una diffusione esponenziale dello smart working. Noi parliamo di comunicazione come se fosse facile e intuitivo capire di cosa stiamo parlando, ma in realtà esso è un processo molto complesso che coinvolge molte funzioni psicologiche e sociali a loro volta complesse. Infatti, proprio per questo, esistono diverse definizioni di questo processo. Vediamo qualcosa di specifico riguardo ciò, per poi focalizzarci sulle nuove frontiere che propongono le tecnologie di oggi. 

Uno degli studiosi più importante è Anolli, il quale con i suoi studi ha tentato di individuare le principali caratteristiche della comunicazione. Secondo lui, la comunicazione è allo stesso tempo un’attività sociale, cognitiva, connessa all’azione e partecipativa: “la comunicazione è uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza” (Anolli, 2003). All’interno del processo comunicativo assume importante l’interpretazione del messaggio tra i due interlocutori. Si parla di intenzione- in-azione(Ciceri, 2001) secondo cui l’efficacia dell’interazione dipende dal significato derivante dalla reciproca interpretazione a livello intenzionale. Dopo diverse ricerche (Airenti, Bara e Colombetti 1993; Anolli, Ciceri e Riva 2002; Anolli e Mantovani 2011; Galimberti e Riva 2002) si è arrivati ad una definizione univoca del processo comunicativo: “un processo di co-costruzione del significato che avviene nel <<qui e ora>> della conversazione e che vede come co-attori il parlante e i suoi interlocutori”. Negli ultimi anni si è sviluppato una nuova area di studio della psicologia, chiamata psicologia dei nuovi media (oppure ciberpsicologia, cyberpsychology), caratterizzata dalla multidisciplinarietà poiché si fondono in essa conoscenze derivanti dalla psicologia cognitiva, sociologia, psicologia della comunicazione ed ergonomia. L’obiettivo principale della psicologia dei nuovi media è “lo studio, la comprensione, la previsione e l’attivazione dei processi di cambiamento che hanno la loro principale origine nell’interazione con i nuovi media”. La tecnologia è composta da medium, mezzi di comunicazione che permettono ai soggetti di superare i vincoli dell’interazione faccia-a- faccia. Si parla in particolare di media e non medium, strumenti differenti e instabili i cui contenuti si intrecciano tra loro, i quali hanno permesso all’uomo fin dai tempi più antichi di superare le limitazioni, i vincoli. Questi strumenti si sono evoluti con il passare del tempo, tanto da portare gli studiosi a parlare di nuovi media. Dunque, tornando al processo di interazione con questi nuovi mezzi di comunicazione, si parla di comunicazione mediata dai nuovi media, a cui faremo riferimento con l’abbreviazione di comunicazione mediata, come quelle “forma di comunicazione tra due persone attraverso uno strumento tecnologico, il quale effettua un’elaborazione digitale dell’informazione” (Riva, 2012). Anolli afferma che “ogni soggetto sceglie se essere comunicante o meno, ma può scegliere se e in che modo comunicare” (Anolli, 2002). In questo senso i media rappresentano dei dispositivi di mediazione, facilitando il processo di comunicazione attraverso una percezione indiretta dell’altro (mediata). Come può, quindi, venirci incontro la tecnologia? In forma generale, ci ha permesso di mantenere le relazioni con parenti e amici, di continuare determinate attività lavorative in una situazione critica come quella che stiamo vivendo da due anni a questa parte ormai. In ambito comunicativo, mi vorrei focalizzare sulla realtà virtuale; I primi approcci psicologici accompagnati dalla realtà virtuale risalgono ai primi anni ’90, grazie ai quali si inizia a diventare consapevoli delle enormi potenzialità che questa tecnologia potesse offrire in ambito della psicologia. Infatti, è stato notato che l’utilizzo di ambienti virtuali riprodotti in maniera fedele alla realtà, permettono al soggetto in trattamento di vivere un’esperienza più chiara rispetto a quanto sarebbe possibile attraverso la sua capacità immaginativa (Vincelli, Riva e Molinari, 1998). La realtà virtuale può essere utilizzata, infatti, come strumento di comunicazione “condivisa” (Riva e Davide, 2001, Riva, Galimberti e Mantovani, 1997): “la realtà virtuale può essere considerata come un’estensione tridimensionale e interattiva della tradizionali chat grafiche”. In questo senso si è intervenuto anche in ambito ludico, attraverso la creazione di videogiochi per pc, che permettono un elevato livello di interattività all’utente con la possibilità di creare chat istantanee durante la fruizione. Anche nei parchi divertimento, in tutto il mondo, si stanno inserendo gradualmente delle piattaforme interattive di realtà virtuale, che permettono di trasmettere esperienze  uniche e altamente coinvolgenti. 

Vorrei però focalizzarmi su un fenomeno frequente riguardo la comunicazione: la paura di parlare di fronte ad un pubblico. In ambito psicologico, molto spesso ci si trova ad affrontare questo tipo di problematica, caratterizzata da una sensazione forte di ansia al solo pensiero di dover esporre un discorso di fronte ad un gruppo di persone. Questa situazione è fonte di stress per molte persone e in alcuni casi arrivare a livelli elevati di stress, tanto da portare allo sviluppo di disagi psicologici. In genere la terapia classica prevede l’esposizione graduale allo stimolo (Cognitive Behavorial Therapy), associato ad un training di potenziamento delle capacità relazionali (Social skill training) e tecniche di rilassamento. Non è mai facile per la persona attraversare un percorso di questo tipo, perché al solo pensiero di dover essere esposto di fronte ad un pubblico può portarlo ad una reazione di chiusura e rifiuto del training. In questo caso può essere di grande aiuto la realtà virtuale. Oltre al suo grande potenziale riguardo la possibilità di vivere un’esperienza altamente coinvolgente e interattiva, permette proprio di esporre l’individuo alla fonte di stress in un ambiente controllato: si perchè ci si trova a confrontarsi di fronte ad un pubblico virtuale, simulato, ma allo stesso tempo molto vicino alla realtà. Un altro vantaggio è la possibilità di creare situazioni, simulazioni differenti così da potenziare anche la capacità di adattamento della persona; infatti la realtà virtuale permette anche una valutazione del grado di utilizzo del sistema paralinguistico, il cosiddetto linguaggio silenzioso (abbigliamento, gesti del corpo, mimica facciale). Esistono diversi studi che hanno preso in considerazione l’efficacia della realtà virtuale riguardo la paura di parlare in pubblico. Ad esempio sono stati svolti dei protocolli di ricerca per lo studio del comportamento prototipico di un pubblico reale con lo scopo di progettare uno scenario di formazione virtuale per la paura di parlare in pubblico in una cosiddetta CAVE, una stanza virtuale immersiva a forma di cubo (Sandra Poeschl, Nicola Doering, 2012). Questa tecnologia è considerata il futuro in applicazioni del genere e non solo, ma bisogna ricordare che va gestita in maniera ottimale affinchè il suo potenziale venga sfruttato al massimo. È importante ricordare che la realtà virtuale è un importante mezzo di prevenzione e apprendimento, che permette di vivere un’esperienza in maniera diretta, di “immergersi” nella situazione concreta, simulata virtualmente. Il contenuto di quest’interfaccia multisensoriale (coinvolge la vista, l’udito ma anche il movimento) permette ai partecipanti di vivere esperienze individualizzate ed emotivamente coinvolgenti, in un contesto controllato, imparando da esse e riportandole nell’ambiente reale (trasferibilità dell’apprendimento). 

Vrainers si sta impegnando sempre di più nel percorrere questa strada. Infatti, grazie ad esperti di grafica, realtà virtuale e intelligenza artificiale e al supporto di psicologi, è stato creato un training molto pratico, che accompagna la persona a svolgere un lavoro su se stesso per poi allenare le proprie capacità comunicative, con lo scopo ultimo di ottimizzare “l’arte di parlare in pubblico”. Il training dà la possibilità alle persone di mettersi in gioco e di esporsi allo stimolo stressante di fronte in situazioni differenti, ma sempre in maniera controllata e sotto la guida di un professionista psicologo con il quale intraprende un percorso di ottimizzazione delle risorse e miglioramento della qualità della vita e dei livelli di benessere psicologico. Dunque, non si tratta soltanto di un semplice training di public speaking, ma è una strada che, se viene percorsa con adeguati mezzi e in maniera coerente e costante, conduce ad una crescita personale.

Bibliografia e Sitografia:

Anolli, L. (2002). Psicologia della comunicazione.Bologna: Il Mulino.

Morganti, F. & Riva, G. (2006) Conoscenza, comunicazione e tecnologia. Aspetti cognitivi della realtà virtuale. Milane: Edizioni Universitarie di lettere Economia e Diritto.

S. Poeschl and N. Doering, “Designing Virtual Audiences for Fear of Public Speaking Training – An Observation Study on Realistic Nonverbal Behavior,” in Annual Review of Cybertherapy and Telemedicine 2012, B. K. Wiederhold and G. Riva, Eds, 2012.

B. K. Wiederhold and M. D. Wiederhold, “A review of virtual reality as a psychotherapeutic tool,” CyberPsychology & Behavior, vol. 1, pp. 45-52, 1998.

D. P. Pertaub, M. Slater, and C. Barker, “An experiment on fear of public speaking in virtual reality.,” Studies in health technology and informatics, vol. 81, pp. 372-8, 2001. 

S. Poeschl and N. Doering, “Virtual training for Fear of Public Speaking — Design of an audience for immersive virtual environments,” in Virtual Reality Short Papers and Posters (VRW), 2012 IEEE, 2012, pp. 101–102.

Riva G. (2012), Psicologia dei nuovi media, il Mulino, Bologna.

Amichai-Hamburger Y. (ed.) (2009) Technology and psychological well-being. Cambridge, UK: Cambridge University Press.

Villani, D.; Riva, F.; Riva, G. New Technologies for relaxation: The role of presence. Int. J. Stress Manag. 2007, 14, 260–274 

Autore articolo: 

Francesco Palazzo

Psicologo del benessere e dello sport. Laureato in scienze e tecniche psicologiche presso l’Università degli studi L’Aquila. Specializzato in Psicologia del Benessere: empowerment, riabilitazione e tecnologie positive, presso L’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Milano. Master in Psicologia dello sport. Specializzato sull’utilizzo delle Tecnologie Positive applicato ai diversi ambiti psicologici, conducendo uno studio sperimentale sul potenziamento cognitivo e del gesto tecnico-motorio su giovani tennisti agonisti tramite un training integrato di allenamento mentale e realtà virtuale

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